ELIZA, il primo chatbot, e il bisogno umano di essere capiti

Quando Joseph Weizenbaum sviluppò ELIZA al MIT negli anni ’60, non immaginava di creare un precursore dei moderni assistenti digitali.

Il suo obiettivo era mostrare come un computer potesse manipolare il linguaggio attraverso semplici regole: niente comprensione, solo riconoscimento di schemi e riformulazioni automatiche.

Il modulo più celebre, chiamato DOCTOR, simulava un terapeuta rogersiano.

Le risposte erano basate su frasi generiche come “Mi parli di più di questo” o sul ripetere parti del testo dell’utente.

A livello tecnico era un meccanismo elementare, ma molti utenti finivano comunque per aprirsi, raccontando emozioni e problemi personali.

Questa reazione stupì e inquietò lo stesso Weizenbaum. Non era l’intelligenza del programma a colpire le persone, ma il semplice fatto di sentirsi ascoltati senza giudizio. Era una dimostrazione involontaria di quanto l’essere umano tenda a proiettare intenzione e comprensione anche quando non ci sono.

Oggi, con chatbot infinitamente più sofisticati, il fenomeno è ancora più evidente. La tecnologia cambia, ma la nostra esigenza di attenzione ed empatia rimane la stessa.

Conclusione

ELIZA rimane una pietra miliare non solo nell’informatica, ma nella comprensione dei nostri bisogni emotivi.

Ci ricorda che basta poco per far nascere una sensazione di vicinanza: una domanda, una riformulazione, un segnale di ascolto.

E che, al di là dei progressi dell’intelligenza artificiale, il desiderio umano di essere capiti resta il vero motore di ogni interazione.